IL  NOSTRO CAPPELLO

 

Sapete cos'è un cappello alpino ?

E' il mio sudore che l'ha bagnato e le lacrime che gli occhi piangevano e tu dicevi: "nebbia schifa".
Polvere di strade, sole di estati, pioggia e fango di terre balorde, gli hanno dato il colore.
Neve e vento e freddo di notti infinite, pesi di zaini e sacchi, colpi d'armi e impronte di sassi, gli hanno dato la forma.
Un cappello così hanno messo sulle croci dei morti, sepolti nella terra scura, lo hanno baciato i moribondi come baciano la mamma.

L'han tenuto come una bandiera.

Lo hanno portato sempre.

Insegna nel combattimento e guanciale per le notti.

Vangelo per i giuramenti e coppa per la sete.

Amore per il cuore e canzone di dolore.

Per un Alpino il suo CAPPELLO E' TUTTO

 

Il CAPPELLO ALPINO

 

I primi alpini furono costituiti, il 15 ottobre 1872, come “distrettuali”: ebbero, quindi, la divisa della fanteria e dovettero aspettare sei mesi per avere la penna nera. Il 25 Marzo 1873 venne finalmente adottato, invece del chepy di fanteria (copricapo di feltro, rivestito di panno; dotato di visiera e, sul davanti, una coccarda tricolore e una stella di metallo con il numero distrettuale; il numero della compagnia, invece, era posto frontalmente su una nappina di lana arricciata rossa) un cappello proprio. Questo era di feltro nero di forma tronco conica (“alla calabrese”) a falda larga; era guarnito da una fascia di cuoio nero: frontalmente aveva come fregio una stella a cinque punte, di metallo bianco, con il numero della compagnia. Sul lato sinistro, semicoperta dalla fascia di cuoio, vi era una coccarda tricolore nel cui centro era posto un bottoncino bianco con croce scanalata. Un gallone rosso a V rovesciata guarniva il cappello dallo stesso lato della coccarda e sotto questa era infilata una penna nera di corvo. Per gli ufficiali il cappello era lo stesso, però la penna era d’aquila. Il 1° gennaio 1875, i comandanti di reparto assunsero la denominazione di Comandanti di battaglione (ruolo generalmente ricoperto dai Maggiori); costoro non portavano il cappello alla calabrese che distingueva gli appartenenti alle compagnie alpine, ma indossavano il copricapo del Distretto nel quale s’insediavano non avendo un ufficio proprio. Soltanto in seguito i Maggiori riuscirono a strappare il diritto al cappello alpino, ma non con una penna nera di corvo come la truppa o d’aquila come gli ufficiali, bensì con una penna bianca che divenne, inizialmente, sinonimo di “imboscato”.
Nel 1880 invece della stella a cinque punte fu adottato un nuovo fregio ugualmente di metallo bianco: un aquila “al volo abbassato” sormontante una cornetta contenente il numero di battaglione. La cornetta era posta sopra un trofeo di fucili incrociati con baionetta innestata, una scure e una piccozza. Il tutto circondato da una corona di foglie di alloro e quercia. La testa dell’aquila, coronata, era posta sulla coccarda che ora si trovava sul davanti del cappello. Venne pure adottata una nappina di lana rossa con centro nero sul quale era ricamato il numero della compagnia. Gli ufficiali adottarono una nappina di lamierino argento con croce sabauda, inoltre il loro fregio era composto di una corona reale sormontante una cornetta sovrapposta a due fucili incrociati con baionetta, il tutto ricamato in argento.
Nel 1882, Il Colonnello Comandante, invece della penna bianca, aveva nella “grande uniforme”, un piccolo pennacchio di piume d’airone. Nel centro del disco del fregio si sostituì al numero di battaglione il numero di reggimento. Il berretto del colonnello comandante aveva la soprafascia di color rosso. La penna bianca divenne simbolo degli ufficiali superiori, dal Colonnello al Maggiore. Le nappine per le truppe divennero di colore diverso per ogni battaglione e furono: bianche per i primi battaglioni, rosse per i secondi, verdi per i terzi e blu per i battaglioni di servizio.
La nappina gialla distingueva gli appartenenti allo Stato Maggiore.
Nei primi mesi di guerra l’esercito italiano adottò l’elmetto "Adrian" (dapprima francese poi prodotto anche in Italia) per proteggersi da colpi occasionali, sassi, schegge, ecc.. Gli alpini e i bersaglieri non lo vollero perché non riuscivano a collocarci sopra il distintivo, penna e piuma. In un secondo momento gli alpini lo scartarono completamente: primo perché non teneva caldo, il passamontagna era meglio, ma occorreva allora un elmetto di misura maggiore e non sempre se ne trovavano; in secondo luogo perché al minimo vento i bordi dell’elmetto si mettevano a fischiare, impedendo di sentire i rumori necessari; in terzo luogo perché con il freddo qualsiasi oggetto metallico finiva per provocare ustioni alle mani; in quarto luogo perché faceva rumore, tintinnava; e in quinto luogo ma non meno importante (anzi) perché con il cambiare del tempo l’elmetto si caricava d’elettricità e “attirava i fulmini”.
Nel 1910 viene adottata dagli alpini e dall’artiglieria da montagna il cappello di feltro grigio-verde, con nappina di battaglione, penna d’aquila e fregio nero con numero di reggimento. Per gli ufficiali i gradi sul cappello sono costituiti da galloni e galloncini in argento disposti in “V” rovesciata sul lato sinistro; la penna infilata nella nappina, di metallo argentato, con la Croce di Savoia circondata da tre trecciole, per gli ufficiali, e del colore tradizionale di ciascun battaglione per i sottufficiali e la truppa.

Da allora il cappello alpino non è più cambiato.

 

1910-2000
NOVANT’ ANNI DI PENNA…E DI NAPPINA
PER L’ARTIGLIERIA DA MONTAGNA

 

 “ E poi venne su lenta, grave, bella nella sua apparenza faticosa e rude, coi suoi grandi soldati, coi suoi muli potenti, l’artiglieria da montagna…” (Edmondo De Amicis)
Numerosi amici sono rimasti colpiti dalla fotografia che, nell’opera di Giuseppe Martelli (1), riproduce il gagliardetto del Gruppo Artiglieri Alpini “San Vittore”, costituitosi in seno alla Sezione Bolognese-Romagnola nel 1931, sotto la guida del Cav. Eugenio Longhi.
La sorpresa è stata causata dal cappello alpino che risalta sul gagliardetto ed è caratterizzato da una sgargiante nappina rossa. Perché rossa e non verde? Un errore? Una scelta dovuta a motivi cromatici?
Nulla di tutto ciò. La nappina degli artiglieri da montagna fu rossa fin da quando, nel 1910, essi adottarono il cappello di feltro con la penna e tale rimase fino al 1934, allorché divenne verde in concomitanza con il cambio di denominazione della specialità (da “artiglieria da montagna” ad “artiglieria alpina”). La scelta del colore verde fu voluta per sottolineare l’affratellamento fra artiglieri ed alpini, già suggellato dal sangue versato insieme nella “Grande Guerra” e nelle precedenti campagne africane.
Ovviamente le foto dell’epoca erano color seppia o in bianco e nero, per cui neppure l’occhio più esperto può rilevare, dalle immagini del tempo, la differenza cromatica.
Ma torniamo al 1910. In tale anno “la nappina dei sottufficiali e della truppa è in lana rossa con ovale nero recante in giallo il numero della batteria o le lettere indicanti il reparto (CR Comando Reggimento, CG Comando Gruppo, RMV Reparto Munizioni e Viveri, D Deposito” (2).
Nel 1934, come già detto, si ebbe il mutamento di colore, ferme restando le altre caratteristiche della nappina, definibile come “il fiocchetto tondo che sta alla base della penna alpina” (3).
Ovviamente ci stiamo riferendo ai sottufficiali (marescialli esclusi) ed alla truppa, poiché ufficiali e marescialli portavano la nappina – come gli altri ufficiali in servizio nelle truppe alpine – “di forma ovale ed in metallo dorato (argento per i generali). Essa era fornita di una piccola tulipa in metallo, nella quale veniva innestata la penna, o il pennacchio di airone bianco che sostituiva la penna per il colonnello comandante di reggimento in grande uniforme grigio-verde” (4).
Dopo l’ultimo conflitto mondiale fu abolita, con dispiacere di molti, la denominazione “artiglieria alpina” e si tornò alla terminologia precedente che ora qualcuno, a Roma (dalle parti di via XX Settembre) vorrebbe nuovamente sopprimere per inglobare la nostra specialità nel mare magnum delle “artiglierie terrestri”. La nappina, invece, non cambiò colore e restò verde.
Qualche novità si ebbe agli inizi degli anni ’50. “Nel 1951 – scrive il Faldella – in rapporto al nuovo ordinamento previsto per i reggimenti di artiglieria da montagna, erano stati stabiliti colori differenti per l’ovale delle nappine : nero con numero giallo per i gruppi someggiati, bianco con numero giallo per quelli da 100/17 carrellati, rosso con numero giallo per i controcarri, azzurro con numero bianco per quelli c.a.l., giallo con numero nero per i gruppi mortai; di fatto il provvedimento trovò tuttavia vita breve e divenne inoperante verso la seconda metà degli anni cinquanta” (5).
Per marescialli e ufficiali si pose, nel 1946, un altro problema. Fino al referendum istituzionale, infatti, su tutte le nappine metalliche campeggiava la croce sabauda, che poi ufficialmente scomparve (6). Ufficialmente, poiché nella pratica essa sopravvisse, al punto che ancor oggi si vedono numerosi ufficiali in servizio che sfoggiano nappine dorate con la croce dei Savoia (esteticamente più belle e storicamente più significative di quelle “vuote”, almeno a parere di chi scrive) (7).
Dagli anni Sessanta in poi nulla è cambiato e la gloriosa nappina verde dell’artiglieria da montagna continua a fare bella mostra di sé sui cappelli e sugli elmetti delle “panze longhe”, sempre orgogliosamente convinte di essere “alpini…e un po’ di più!”.

                                            Mario  Gallotta 

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